CDT

Uno degli sport più un voga di questi tempi consiste nell’at­taccare la Svizzera; le nostre autorità sono troppo compiacenti e, spesso, anche i me­dia collaborano. Ora ci si mette anche Am­nesty International e, purtroppo, anche il CdT ci casca. È perfettamente legittimo de­dicare due pagine (CdT del 24 aprile) al rapporto di Amnesty sulle discriminazio­ni; meno giustificabile è la scelta di pub­blicare l’intervista a Marco Perolini, esper­to di Amnestyy, senza alcun commento, nonostante i colpi sotto la cintura che Pe­rolini sferra alla Svizzera ed alle sue isti­tuzioni.
Il lavoro di Amnesty è certamente lodevo­le, ma spesso ho avuto dubbi sull’impar­zialità dei suoi rapporti; ora ho l’evidente conferma che non tutti si suoi collabora­tori sono fededegni.
Come detto, sul CdT del 24 aprile, Peroli­ni, si esprime sulle (vere o presunte) discri­minazioni di cui soffrono i musulmani in Svizzera. Egli afferma che «nel vostro Pae­se non esiste una legislazione che vieti espli­citamente la discriminazione» e dice pu­re che «questo è un problema molto gra­ve ». Affinché il lettori non vengano ingan­nati da una simile amenità, ricordo che l’art. 8 della Costituzione svizzera recita: «Nessuno può essere discriminato, in par­ticolare a causa dell’origine, della razza, del sesso, dell’età, della lingua, della posi­zione sociale, del modo di vita, delle con­vinzioni religiose, filosofiche o politiche, e di menomazioni fisiche, mentali o psichi­che ». Lascia poi allibiti la sua dichiarazio­ne secondo cui il divieto di costruire mina­reti rappresenta «un’evidente discrimina­zione » e «richiede una riflessione urgente per riformare il meccanismo che regola le iniziative popolari». Innanzitutto Marco Perolini, salvo errore, è cittadino di un pae­se che ha un governo formato da ministri che non sono mai stati eletti da nessuno e quindi avrebbe potuto avere il buon gustodi lasciar perdere di pontificare e disqui­sire sulla nostra democrazia. Se, comun­que, una revisione dei meccanismi che re­golano i diritti popolari dovesse entrare in linea di conto, tale revisione verrebbe sot­toposta al voto popolare e non ho dubbi che i cittadini svizzeri affosserebbero qual­siasi tentativo di andare nella direzione auspicata da Perolini, come hanno affos­sato i minareti. Così è la democrazia. Ri­cordo comunque a Perolini che la corte di Strasburgo ha dichiarato irricevibili due ricorsi contro la decisione popolare sui mi­nareti. I ricorrenti ritenevano che il divie­to fosse discriminante e violasse la libertà religiosa secondo gli articoli 9 e 14 della convenzione europea dei diritti dell’uo­mo, ma la corte di Strasburgo non la pen­sa così (ma, anche in caso contrario, non sarebbe cambiato nulla, poiché, come ha rilevato la stessa corte, spetterebbe, comun­que, alle autorità giudiziarie svizzere sen­tenziare su eventuali presunte discrimina­zioni). Più in là Perolini afferma che «le autorità debbano astenersi dal vietare in generale gli abiti o i simboli religiosi o cul­turali nelle scuole ed in altri ambiti».
Immagino che Perolini sappia che in Sviz­zera le autorità fanno quanto decide il po­polo, e non il contrario, per cui vedo male che le autorità possano decidere quanto si augura l’intervistato, che, evidentemente, ha un concetto della democrazia (parola che, ricordo, significa «governo del popo­lo ») diverso dal nostro. Comunque, quan­do un allievo entra nella mia classe con il berretto in testa (attenzione: ciò fa parte della cultura giovanile del momento), fa il piacere di toglierselo; quindi, se dovesse entrarmi in classe una ragazza con il velo dovrebbe toglierselo o cambiare scuola; non discrimino nessuno e nessuna cultu­ra: il copricapo se lo tolgono tutti, maschi e femmine, cristiani e musulmani, bian­chi e neri. E ciò vale anche per il burqa su cui saremo chiamati presto a votare (co­sa che, naturalmente, non sta bene a Pe­rolini). Dal collo in giù, nei limiti della de­cenza, ti vesti come vuoi, ma la faccia, in pubblico, me la mostri, per favore.
Un altro punto che lascia di stucco è la ci­tazione secondo cui «solo» 2.000 donne in Francia portano il velo integrale, per cui questo non sarebbe un problema; ma poi, incredibilmente, dice «non è possibile di­mostrare che tutte queste donne portano il velo integrale a seguito di pressioni nel­l’ambito familiare» il che è un’ammissio­ne implicita che per la stragrande maggio­ranza è proprio così, ma Perolini non se ne preoccupa: è più importante lasciare la libertà di portare il burqa alle venti mu­sulmane che lo portano volontariamente che impedire che le altre 1.980 vengano co­strette a farlo. Inaudito. Se questa non è di­scriminazione….
Non so cosa abbia portato Amnesty Inter­national a fare indagini sulla discrimina­zione dei musulmani in Svizzera (niente di più importante da fare?); quello che è certo è che i risultati di queste indagini, ben pubblicizzate dai media, non fanno altro che esasperare la stragrande mag­gioranza dei cittadini che reagisce poi in senso contrario a quanto auspicato da Amnesty International. D’altra parte co­me dare torto ai cittadini svizzeri e ticine­si che hanno ragionevolmente pensato che prevenire è meglio che curare e quindi han­no fatto tesoro di ciò che succede in Fran­cia ed in Gran Bretagna, che hanno quar­tieri in cui la polizia non ha più giurisdi­zione poiché lì vige la legge islamica con i relativi tribunali; ora questi paesi si pen­tono amaramente di non averci pensato prima. Noi lo stiamo facendo: è proprio di ieri la notizia che il Consiglio di Stato di Basilea conferma la decisione di non di­spensare dal nuoto scolastico le allieve mu­sulmane. Niente minareti in Svizzera e, si­curamente, presto, niente viso coperto in Ticino; così ha deciso e deciderà il popolo e sono convinto che nessun musulmano pacifico, democratico e desideroso d’inte­grarsi si scandalizzi per questo e se ce ne sono che si scandalizzano, allora sì che c’è da preoccuparsi.
Un’ultima piccola nota: mi farebbe pia­cere che Amnesty International si scusas­se per le fuorvianti (eufemismo) afferma­zioni del proprio collaboratore.